Fu talmente vivida quella notte, che persino il buio parve respirare, e ancor più nera, ancor più devota, era la luna nuova, assente a vegliare.
Decantai l’oscuro cielo, le campagne vestite di nulla, i campi divorati da un muto gelo, la terra che dormiva, nuda e fanciulla.
E in quella tenebra, immensa e sovrana, dove il silenzio si faceva preghiera, sentii la mia carne, inquieta e lontana, suggere il buio come linfa nera.
Oh, quanto era bella quella perdizione, quel mondo svanito, privo di contorni, quell’ombra capace di dare ragione ai miei più segreti, tormentati ritorni.
Fui destato, a un tratto, dal pianto stellare, da occhi di ghiaccio confitti lassù; ma nulla potevano, nulla, rischiarare: la notte era immensa, le stelle non più.
Non c’era splendore che osasse sfidarla, né lume abbastanza potente e immortale; la notte pareva voler divorare persino il ricordo di un’alba lontana.
E poi venne nebbia, sottile e pallente, un sudario disteso sui campi assopiti, che avvolse le strade con dita d’argento e rese i lampioni fantasmi smarriti.
Là dove la luce più forte brillava, dove il cemento sfidava il creato, la nebbia, beffarda, la cancellava, lasciando ogni lume nel nulla inghiottito.
E una minuta, meravigliosa pioggia, quasi un respiro di creature sepolte, scendeva leggera, senza una voce, sulle strade deserte, sulle pietre già morte.
L’umidità mi lambiva la pelle, mi penetrava fin dentro le ossa, mentre il mio sangue, più caldo del mondo, scorreva ribelle sotto la carne rossa.
Sentivo quel calore, segreto e animale, sfidare il freddo di quella visione; ero vivo nel buio, stranamente immortale, un cuore pulsante in una nera stagione.
E camminavo, signore di niente, tra veli di nebbia e silenzi profondi, con l’anima assorta, lo sguardo assente, lontano dai vivi, lontano dai mondi.
Non cercavo la luce, né un’alba gentile, né il canto degli uomini, né la speranza; volevo soltanto quel buio sottile, quella sovrana, sublime mancanza.
Perché vi sono notti che sembrano eterne, che portano in grembo un arcano splendore, e hanno più vita delle ore diurne, più sangue, più anima, più verità nel cuore.
Notte vivida, mia oscura amante, tu che non hai volto, né voce, né fine, rendimi ancora il tuo abbraccio tremante, le tue nebbie, le strade, le ombre assassine.
E quando domani il sole impietoso verrà a profanare i tuoi neri giardini, io serberò dentro il petto, silenzioso, il gelo sublime dei tuoi confini.
Poiché non ogni buio è disperazione, non ogni ombra reclama una fine: talvolta la notte è una consacrazione, un tempio di pace fra nebbie divine.
E io, figlio inquieto di un mondo distratto, fra stelle impotenti e lampioni smarriti, avrò nel mio sangue il ricordo intatto di quella notte vivida, senza confini né fine.